I gemiti provenivano da lì.
Mi diressi verso la porta, con il cuore che mi batteva così forte che temevo potessero sentirlo.
Ho appoggiato l’orecchio al legno.
E ho sentito.
Marion.
Non c’erano dubbi.
Avevo sentito quella voce per anni, nelle confessioni notturne, nelle risate dopo un’overdose di vino, nelle delusioni amorose adolescenziali, nelle promesse di un’amicizia eterna.
Mi sono bloccato.
Come se il sangue mi fosse defluito dalle vene.
Poi ho sentito Étienne.
La sua voce profonda.
Ha pronunciato il suo nome.
Marion.
Non ho urlato.
Non stavo correndo.
Non sono caduto.
Mi sono semplicemente appoggiato al muro e ho sentito qualcosa dentro di me morire con terrificante chiarezza.
Poi ho aspettato.
Non so da dove provenga questa forza.
Forse per umiliazione.
Forse per rabbia.
Forse da quella dignità che a volte si risveglia quando l’amore finisce.