Quando è arrivato il momento di girarlo per lavargli la schiena, mi si è stretto il cuore.
L’ho fatto con delicatezza, facendo scivolare un cuscino sotto il suo fianco.
Il tessuto del suo camice da ospedale gli scivolò via.
E poi tutto è cambiato.
Sulla scapola sinistra, tra vecchie e spesse cicatrici, c’era un tatuaggio.
Un’aquila che stringe una rosa tra gli artigli.
L’aria mi è uscita dai polmoni.
Le mie gambe si sono indebolite.
Ho fatto un passo indietro.
E poi un altro ancora.
Conoscevo già questo percorso.
L’ho visto quando avevo sette anni.
La notte in cui la nostra casa è andata a fuoco a Croix-Rousse, Lione.
Mi ricordavo del fumo.
Sensazione di bruciore alla gola.
Le travi sopra di me scricchiolavano.
Ricordo mia madre che urlava il mio nome, da qualche parte dietro le fiamme.
Ricordai la mia stanzetta, il mio orsacchiotto sdraiato sul pavimento e la maniglia della porta che era troppo calda per essere toccata.
Pensavo che sarei morto.
Poi un uomo si gettò nel fuoco.
Non ho visto il suo volto.
Solo le sue mani mi hanno sollevato.
Il suo cappotto bruciato.
La sua respirazione era irregolare.
Mi strinse forte, mi protesse con il suo corpo e, mentre correva verso l’uscita, vidi quel segno sul suo braccio, illuminato dalle fiamme.
Aquila.
Roos.
Poi lì,
Mi trovavo all’ospedale Édouard-Herriot.